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Strappi, evocazioni antiche, dolorose, quaderni di prima elementare, disubbidienza alle regole,  persone care che non ci sono più.
Non sono propriamente una tecnica né esiti di un percorso artistico, e funzionano a dare energia ad immagini poco intriganti; le parti di emulsione che mancano simulano l’intervento del tempo, l’ assenza, (che presuppone sempre una presenza,)  rappresenta una soglia da oltrepassare con fatica, un varco per l’anima, un passaggio doloroso per addentrarsi nell’assenza e nel ricordo.
I miei strappi sono un impulso irrefrenabile che mi accompagna da tempo, più precisamente  gli esiti di, una mia personale esigenza interiore.
Aggressione come è stata definita, irriverenza nei confronti delle immagini, bisogno di non considerare mai un immagine come qualcosa di definitivo e necessità di eseguire sempre un ulteriore intervento, è qualcosa che viene da lontano, credo dalla mano di bambino che parte involontaria a disegnare baffi ed occhialini sulle figure del libro di lettura o del sussidiario.
E non ho mai smesso di essere irriverente con le immagini, mie o di altri, con l’aiuto di tutti gli strumenti di tortura che conosco, forno e freezer, fiamma, abrasioni, lacerazioni, acidi vaporizzati, funghi, muffe.
Con l’arrivo del digitale poi, ho scoperto il piacere di pasticciare con le mani negli inchiostri freschi mescolandoli e plasmandoli in tutti i modi possibili.
Questi interventi introducono nel procedimento una innumerevole serie di varianti che determinano l’ impossibilità di controllo dell’intero procedimento.
Il risultato è unico perché dipende da una serie di successive casualità in cui l’esperienza manipolatoria può solo garantirne una base operativa costante.
Di fatto il procedimento è essenzialmente alchemico e, in quanto tale, tutte le valutazioni connesse sono da relazionarsi al risultato che si intende perseguire ed al personale senso estetico.
Ma il legame con il procedimento è doppio; da un lato cerchi di utilizzare l’esperienza per codificare il processo e spingere il risultato nella direzione insita all’immagine di partenza, dall’altra è l’estrema casualità ad imbrigliarti in percorsi improbabili.
Comunque anche fotografico,  e non perchè siano fotogrammi i punti di partenza.
Dopo i vari interventi perpetrati su questi bellissimi corpi, l’immagine si deteriora fino alla morte, fino quasi alla scomparsa totale di qualunque cosa di riconoscibile, ed in questo percorso c’è un momento in cui si determina un perfetto equilibrio tra il comprensibile e l’ irriconoscibile.
Fermare questo momento, cogliere l’attimo, bloccare l’azione del tempo,  cogliere il passaggio tra  la malattia e la morte, è azione essenzialmente fotografica, come in “Nick’s movie” di Wim Wenders e Nicholas Ray.
Conservo gelosamente in una scatola di legno i cadaveri di queste immagini fermate prima della sopraffazione, e per me suonano un pò come un album di famiglia riscoperto trent’anni dopo.

Guido Gosta

Guido Gosta nasce a Napoli in Italia nel 1955 in un ambiente ricco di stimoli culturali e si avvicina  alla fotografia sottraendo furtivamente un vecchio apparecchio di famiglia
A sedici anni riceve in regalo dal padre una Rolleiflex con la quale inizia un percorso ed una passione che diventeranno ben presto irreversibili.
Sono gli anni in cui frequenta la facoltà di Architettura di Napoli, centro di attività culturali e politiche, partecipando attivamente alle lotte studentesche del ’68, sull’onda del maggio francese.
In questi stessi anni si diletta di politica, poesia, teatro, musica e arti visive, e nel 1974 realizza i primi lavori di nudo in bianco e nero, che resteranno una costante della sua attività.
Ma la sua vera passione la scoprirà in camera oscura. Affascinato dalla chimica dei processi di sviluppo e stampa e sempre aperto alla sperimentazione non convenzionale, transita dalla gelatina d’argento alla gomma bicromata e ancora alle polvere di carbone, realizzando pregevoli lavori.
La scoperta poi dei Transfert Polaroid, su carte di cotone, la manipolazione degli inchiostri lo conducono in percorsi dove l’estro e la sete di sperimentazione si fondono profondamente.
Con la chiusura della Polaroid resterà orfano di quei materiali che gli hanno permesso un utilizzo creativo e non convenzionale della fotografia, sperimenta per alcuni anni la possibilità di ricreare quei processi che utilizzano la casualità per fondere effetti pittorici e fotografici, e finalmente c riesce con l’arrivo del digitale e dei grossi plotter a getto di inchiostro.

Oggi ha al suo attivo numerosi eventi espositivi sia al Nord che al Sud Italia, suoi lavori sono conservati in gallerie private ed insegna fotografia presso diverse scuole e circoli culturali.